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IL MUSEO D’ARTE CONTEMPORANEA. SPAZIO PROGETTUALE E PERFORMATIVO

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Scala circolare di marmo all’entrata del Museo Guggenheim di Bilbao

Il museo d’arte contemporanea non è un museo come gli altri: non è semplicemente un “contenitore” che raccoglie, inventaria e offre al pubblico opere e manufatti, preservandoli dalla distruzione e dall’oblio e, al contempo, bloccandoli in un’inquietante fissità che supera i tempi e le mode; non è (o non dovrebbe essere) una struttura statica, anonima, nella quale il visitatore, tenuto a debita distanza, riveste il ruolo di fruitore passivo dell’opera d’arte, spettatore di una rappresentazione che si reitera sempre uguale a se stessa e che si svolge malgré lui. La funzione, l’architettura e il pubblico del museo d’arte contemporanea hanno una loro specificità, soprattutto se confrontati con quelli delle altre tipologie museali, e richiedono un approccio affatto diverso, anche da parte dello studioso che intende occuparsene.

Stefania Zuliani – che insegna Museologia all’Università di Salerno e Storia dell’arte contemporanea all’Università di Roma Tre – ha sottolineato, in più occasioni, quanto sia cambiata negli ultimi cinquant’anni la funzione museale: «senza dimenticare le salde ragioni della conservazione, della tutela, dell’esposizione e dello studio delle opere» il museo d’arte contemporanea si è via via trasformato in una spazio progettuale, polifunzionale e peformativo, uno spazio “contaminato”, in cui si incontrano «numerose figure che abitano e definiscono nel loro incessante dialogo il museo stesso (l’artista, il curatore, il conservatore, l’educatore, il pubblico, il comunicatore…)» e in cui si sperimentano linguaggi nuovi e sempre diversi (cfr. Il museo all’opera. Trasformazioni e prospettive del museo d’arte contemporanea, Bruno Mondadori, 2006). Il museo moderno, dunque, vive nella necessità di rinnovarsi di continuo e di non cedere a quella «pulsione di morte» che – secondo Christian Boltansky – ogni archivio nasconde.

Insomma, nel museo d’arte contemporanea l’opera non viene semplicemente offerta al pubblico nella sua statica individualità, ma viene inserita in un progetto, diviene anello di una catena di significanti il cui significato dovrebbe essere costruito con la fondamentale partecipazione del pubblico, che, in quanto soggetto attivo della performance artistica, concorre a costruirne il significato. Ma non sempre ciò accade. L’approccio all’arte contemporanea è difficile, può generare disorientamento o, addirittura, fastidio in chi non è adeguatamente preparato o sapientemente guidato nella fruizione dell’opera. È quanto sottolinea Maria Antonella Fusco, per la quale «la vera sfida per il museo moderno», decisiva per la sua stessa sopravvivenza, è «l’educazione alla contemporaneità», una sfida che può essere vinta solo attraverso il coinvolgimento delle istituzioni, della scuola, dell’università.

Naturalmente la profonda trasformazione della funzione museale (e, conseguentemente, del pubblico) è strettamente collegata con la metamorfosi strutturale del museo moderno, la cui architettura deve tendere oggi «al massimo della seduzione estetica e della fascinazione semantica», in quanto «uno spazio emozionale» non solo non disturba la percezione dell’arte, non distrae il visitatore, ma al contrario, valorizza ed «esalta la contemplazione degli oggetti d’arte» (Gravagnuolo): si pensi alle strutture spiraliformi di Le Corbusier, allo straordinario «squalo metallico» ideato da Frank Ghery per il Guggenheim Museum di Bilbao, oppure alla struttura a “chiocciola” del Guggenheim Museum di New York progettato da F. L. Wright: in questi tre casi il museo certamente esibisce prima di tutto se stesso ed «entra in competizione diretta con l’opera d’arte facendosi opera d’arte esso stesso» (Purini).

Noi, però, in accordo con la tesi di Gravagnuolo, non consideriamo la spettacolarità dell’architettura museale un fenomeno dannoso o sospetto, ma semplicemente uno dei tanti risvolti socio-culturali della post-modernità. Il visitatore del museo d’arte contemporanea vuole “emozionarsi”, vuole essere coinvolto in un’esperienza totale, vuole essere sedotto dalla struttura mirabile nella quale entra, assorbito nei suoi spazi sapientemente illuminati (la luce che filtra da cupole, lucernai, feritoie, è un elemento irrinunciabile della nuova architettura museale). Il pubblico contemporaneo – pluristimolato dai media, onnivoro, insaziabile, esposto ad un costante bombardamento di notizie, di immagini, di suoni – deve poter rinvenire nella struttura museale quella stessa pluralità di stimoli e di informazioni, quella medesima contaminazione di sensazioni visive e sonore che vive, quotidianamente, attraverso la navigazione in Internet.

I visitatori della “rete”, insomma, non credo siano poi tanto diversi dai visitatori del museo moderno! Questi ultimi, sedotti da architetture sorprendenti inseguono spasmodicamente lo shock visivo, sono attratti, incuriositi, da ogni possibile forma di contaminazione artistica e si aggirano compiaciuti e a loro agio, tra installazioni e forme di video arte.

 

Alessandra Otteri Mostra tutti

ALESSANDRA OTTIERI, dottore di ricerca in Italianistica presso l’Università degli Studi di Napoli “Federico II” (1998) e assegnista presso lo stesso Ateneo nel biennio 2000/2002, è docente a contratto presso l’Università “L’Orientale” di Napoli (dal 2004).
Ha collaborato con la cattedra di Letteratura Italiana Contemporanea presso il DIPSUM dell’Università degli Studi di Salerno. Presso lo stesso ateneo ha svolto attività di tutorato, didattico-integrative, propedeutiche e di recupero (2010-2012) e ha conseguito un secondo dottorato di ricerca (2013).
Nel 2012 ha partecipato all'ASN (abilitazione scientifica nazionale) conseguendo l'idoneità al ruolo di professore associato di Letteratura italiana contemporanea. È docente di materie letterarie nella scuola superiore.
Tra le sue pubblicazioni: I numeri, le parole. Sul ‘Furor mathematicus’ di Leonardo Sinisgalli (Milano, Franco Angeli, 2002); L’esperienza dell’impuro. Filosofia, fisiologia, chimica, arte e altre “impurità” nella scrittura di Valéry, Ungaretti, Sinisgalli, Levi (Roma, Aracne, 2006); Fillia poeta e narratore futurista. Dal “futurcomunismo” al genere “brillante” (Napoli, Guida, 2013, nuova edizione accresciuta; I ed. Napoli, Dante & Descartes, 1999).
Dal 2004 è caporedattore della rivista di letteratura e arte «Sinestesie», per la quale ha curato alcuni numeri monografici, e dal 2010 è direttore, insieme a Carlo Santoli, del supplemento «Sinestesieonline».
Nel biennio 2007/2008 ha scritto elzeviri, cronache letterarie e d’arte per la terza pagina dell’«Osservatore romano».
Studiosa delle avanguardie e di poeti e scrittori del Novecento (Fillia, Sinisgalli, Ungaretti, Caproni, Valery, Primo Levi, Scialoja), ha pubblicato saggi e articoli su riviste letterarie e d’arte («Filologia & critica», «Filologia Antica e Moderna», «Critica letteraria», «Annali dell’Istituto Universitario Orientale», «Quaderni di scultura», «Wuz», «L’Isola», ecc.).

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