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VIAGGIO A LA SPEZIA, CITTÀ FUTURISTA

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Veduta aerea del porto di La Spezia

Negli anni Trenta del Novecento, ovvero nella sua ultima, declinante, stagione, il movimento futurista – accantonato il furore iconoclasta dei primi anni e incanalatosi, progressivamente nei binari della cultura ufficiale espressa dal regime fascista – si frazionò in una moltitudine di futurismi locali. In Sicilia e in Puglia, nelle Marche e in Emilia, in Piemonte e in Liguria gruppi di giovani artisti e poeti, incoraggiati dall’onnipresente Marinetti, si raccolsero attorno a riviste e case d’arte, promuovendo mostre, premi, serate, sfide di poesia e di pittura che, al di là dei singoli risultati ottenuti, non sempre lusinghieri, lasciarono però un’impronta viva nella memoria e nella storia di molte città italiane. Il più delle volte l’azione dei gruppi futuristi locali si mostrò superficiale e velleitaria nelle proposte ed effimera nella durata, eppure non mancarono casi in cui l’inventiva e la capacità progettuale di architetti e artisti legati al movimento marinettiano si tradussero, nelle città in cui operarono, in iniziative concrete e durevoli: case private, monumenti, palazzi pubblici, ispirati ai disegni di Sant’Elia o alle teorie di Boccioni e Prampolini furono realizzati tra le due guerre dagli architetti Virgilio Marchi, Franco Oliva, Manlio Costa, Angiolo Mazzoni; altri edifici, nuovi o rimodernati, si arricchirono di mosaici, pitture murali e composizioni polimateriche firmate da Prampolini, Fillia, Depero. I nuovi materiali edili, le linee architettoniche più razionali e aeree, i pannelli polimaterici di grandi dimensioni e dai colori sgargianti installati nei centri cittadini destarono certo curiosità nell’opinione pubblica e spesso suscitarono polemiche e dibattiti tra gli specialisti, ma in ogni caso contribuirono a trasformare, modernizzandolo, il volto di molti comuni italiani.

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Franco Oliva, Palazzo della Provincia, 1928

È appunto quanto accadde, al principio degli anni Trenta, a La Spezia, vivacissima città portuale al confine tra Liguria e Toscana, dove un gruppo di futuristi, soprattutto pittori e architetti, non tutti spezzini di nascita, si riunirono attorno alla rivista «La Terra dei Vivi», quindicinale di turismo, arte e architettura al quale collaborarono Marinetti e Prampolini, gli aeropittori Gerardo Dottori e Aldo Righetti ed Ezio D’Errico, l’architetto Alberto Sartoris, lo scrittore e critico teatrale Vittorio Orazi, fratello di Prampolini. Edita dalla «Casa d’Arte» di Piero Salmojraghi, diretta dal piemontese Fillia e uscita in soli sette numeri da giugno a ottobre del 1933, «La Terra dei Vivi» si presentò sin dall’inizio con l’intento dichiarato di voler modificare, aggiornandola, l’immagine della Spezia (con proposte di rinnovamento architettonico e urbanistico), per poterne poi rilanciare, su nuove basi, la vocazione turistica.

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Antica mappa del Golfo dei Poeti

Da paese di marinai e pescatori posto al centro del cosiddetto Golfo dei Poeti (così ribattezzato da Sem Benelli per l’assidua frequentazione nell’Ottocento da parte di poeti francesi e inglesi) a metropoli d’avanguardia, unica nel suo genere, in quanto combinazione perfetta di paesaggio naturale e paesaggio artificiale: da un lato, colline ricche di vegetazione, splendide scogliere, isole e distese di mare, dall’altro i due porti, quello mercantile nella parte orientale e quello militare nella parte occidentale, a ricordare ai suoi abitanti, e ai visitatori italiani e stranieri, il destino di potenza, di audacia militaresca e di attivismo economico della città:

Chi conosce di fama la luminosa bellezza del Golfo della Spezia teme spesso lo stridore metallico e industriale dei due porti militare e mercantile. La realtà è invece sorprendente e l’organizzazione meccanica risulta un armonioso legame, un completamento estetico della natura.

Per Fillia, dunque, – autore, nel primo numero della rivista, dell’articolo Splendori meccanici da cui è tratta la citazione – l’accostamento di «aeroplani e nuvole», la compresenza di severi «castelli antichi con pareti a piombo» e di «spirali tenerissime di strade a mare», la vicinanza di «barche a vela e corazzate», lungi dal suscitare fastidio nel turista avrebbero potuto non solo accrescere in quest’ultimo l’ammirazione per un golfo «unico al mondo per la sua complessità», ma anche contribuire ad educarne il gusto all’insegna dei nuovi «splendori meccanici» (n. 1, p. 4). Nel sesto numero della rivista Marinetti ritornò sull’argomento per ribadire ancora una volta l’originalità del paesaggio spezzino, nel quale la fusione di «dolci pinete, isole beate, veloci navi armatissime, idrovolanti» avrebbe senz’altro ispirato tutti quei pittori che, dotati di una sensibilità moderna, si mostravano incuriositi, attratti – non certo minacciati o irritati – dagli stridori cromatici e dalle disarmonie del paesaggio ultramoderno della Spezia:

Paesaggio dinamizzato di fervida vita umana e meccanica – lo definì Aldo Righetti sul primo numero de «La Terra dei Vivi» -. [nel quale] L’arco orientale del golfo è fremente della forza laboriosa del porto mercantile e degli stabilimenti metallurgici. […] Così la parte occidentale è dominata dall’emozione di potenza che dà il porto militare. (n. 1, p. 1)

È probabile che Marinetti e l’architetto Mazzoni avessero ancora dinanzi agli occhi elementi peculiari del paesaggio spezzino quando, nel Manifesto futurista dell’architettura aerea pubblicato nel 1934, – a un anno dalla chiusura della rivista – teorizzarono la «città unica a linee continue»: metropoli avveniristica solcata da aerostrade e aerocanali e plasmata – nelle forme, nei colori e nelle linee prospettiche – dalla presenza di stabilimenti industriali, porti, aeroporti e idroscali…

Era appunto questa la trasformazione subita, nell’arco di mezzo secolo, dalla Spezia – città ricca di contrasti e di sovrapposizioni di elementi naturali e antropici – che assunse, agli occhi di Fillia, Marinetti, Prampolini e degli architetti Oliva, Costa e Mazzoni, i contorni di una città ideale, suscettibile di trasformazioni radicali, luogo privilegiato dove poter tradurre in opere tangibili lo slancio utopistico e visionario dei primi architetti futuristi. In questa chiave va, dunque, interpretata l’affermazione provocatoria di Aldo Righetti che, nel primo numero della rivista, definì senza mezzi termini La Spezia: «città senza tradizione» (n. 1, p. 4), scatenando, com’era facile prevedere, le reazioni indignate degli spezzini. Toccò naturalmente al direttore Fillia (n. 3, p. 7) il compito di chiarire il senso di quella temeraria definizione; ai redattori del giornale «L’Opinione», piuttosto contrariati, Fillia spiegò che in realtà si trattava del più bel complimento che si potesse fare al loro capoluogo: una città giovane, in espansione, che il nuovo piano regolatore voluto dal Regime (con i suoi sventramenti, le nuove strade e i nuovi edifici pubblici e privati) avrebbe trasformato totalmente e proiettato – sono parole di Righetti – «violentemente in avanti». Anche Ugo Failla nel terzo numero della rivista cercò di fare chiarezza sulla questione, distinguendo La Spezia «paese» – piccolo centro marinaro ricco di storia e di tradizioni locali, comuni anche ad altre note località del Golfo – dalla Spezia «città», promossa nel 1923 al rango di capoluogo di provincia e destinata a trasformarsi in metropoli modernissima grazie ad una radicale opera di riqualificazione urbana portata avanti da una folta pattuglia di architetti futur-razionalisti.

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Prampolini-Fillia, Mosaici per il Palazzo delle Poste e Telegrafi

Tra questi, Franco Oliva realizzò nel 1933 l’attuale Municipio e pose mano alla ristrutturazione del Teatro civico; nello stesso anno Angiolo Mazzoni, da poco affiliato al futurismo, portò a termine la costruzione dell’imponente Palazzo delle Poste e Telegrafi a Piazza Verdi, in una zona quindi di cerniera tra la città otto-novecentesca e la nuova espansione del centro abitato verso est. Straordinari i mosaici ospitati nell’edificio della torre realizzati da Prampolini e Fillia: enormi, coloratissimi, pannelli ispirati al tema delle comunicazioni terrestri, aeree e navali. Sin dagli anni Dieci, lo spazio metropolitano – in quanto luogo del dinamismo lavorativo, della rapidità delle comunicazioni, della velocità dei trasporti – era stato protagonista assoluto dell’immaginario futurista, in poesia come in pittura; tuttavia fu negli anni Trenta che, attraverso gli scritti di Prampolini (La nuova architettura, 1931) e di Fillia e con il sopracitato Manifesto dell’architettura aerea del ’34, si delinearono con maggiore chiarezza gli aspetti costitutivi della città moderna, se ne intravidero con precisione le future linee di sviluppo. In definitiva, le geniali intuizioni di Sant’Elia e di Boccioni, le loro fantastiche quanto utopistiche proiezioni architettoniche, cedettero il campo negli anni Trenta ad una visione più concreta dell’universo metropolitano:

L’importanza che assume così l’architettura, nella vita dello spirito di un popolo – scriveva Prampolini nel 1931 -, è rilevantissima, inquantoché, non investe soltanto i problemi tecnici della costruzione, o l’espressione stilistica di questa, ma coinvolge egualmente i problemi immanenti del dinamismo della vita quotidiana, in relazione ai problemi trascendenti della realtà formale-architettonica …

In verità, già Boccioni nel manifesto del 1913 aveva fatto esplicito riferimento alla «necessità dinamica della vita moderna che avrebbe creato «necessariamente una architettura evolutiva», attenta alle trasformazioni epocali, e profetizzava l’avvento, nel giro di cinquant’anni di una generazione di letterati, artisti, architetti che avrebbero dettato la loro «legge al mondo». In realtà, la “profezia” di Boccioni si era avverata in meno di vent’anni in quanto una nuova scuola di architetti era già pronta, negli anni Trenta, a progettare e realizzare città moderne, rispondenti ai canoni di quel lontano manifesto. Nello scritto La nuova architettura – pubblicato nel volume omonimo curato da Fillia e edito da Hoepli nel 1931 – Prampolini scriveva che «la città futurista, non è un sogno», ma «un richiamo stilistico ed immanente del dinamismo della vita contemporanea»; non, dunque, una visione, un’utopia o una profezia, ma un bisogno concreto di razionalizzazione degli spazi urbani. Ed effettivamente l’attenzione al «rapporto degli edifici tra loro», ai «trasporti terreni e aerei», ai servizi, ai problemi di igiene e di illuminazione stradale (Fillia, Estetica della nuova città), furono il segnale di un cambiamento di rotta, di un interesse nuovo da parte degli architetti futuristi dell’ultima generazione per le esigenze pratiche della vita quotidiana: esigenze di abitabilità degli edifici e di vivibilità dello spazio urbano.

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Franco Oliva, Municipio, 1933

La città è «un grande corpo vivo e unitario» – leggiamo in Estetica della nuova città, una sorta di manifesto dell’urbanesimo pubblicato da Fillia sul primo numero de «La Terra dei Vivi» (n. 1, p. 2) – è un organismo «che soltanto la civiltà del nostro tempo poteva rendere perfetto e ricco d’umanità» e nel quale industria e arte, utilità e bellezza, razionalismo e lirismo devono trovarsi perfettamente fusi. Il gruppo futurista spezzino, riunito attorno a «La Terra dei Vivi», si mosse dunque nella direzione indicata da Prampolini e da Fillia, i cui interventi teorici – sull’urbanesimo, sull’architettura, sull’estetica del paesaggio, sulla pittura murale – orientarono l’azione culturale e politica portata avanti dalla rivista, ne determinarono gli obiettivi: in primis occorreva far conoscere attraverso testi ed immagini gli sviluppi della nuova architettura italiana che era andata ben oltre il razionalismo europeo di Gropius, attraverso la difesa del “lirismo” (ovvero della creatività, dell’audacia inventiva, del senso poetico-plastico) già portata avanti, in Francia da Le Corbusier; in secondo luogo, bisognava richiamare l’attenzione nazionale sulla città della Spezia e sul progetto di rinnovamento urbanistico voluto dal regime, perfettamente rispondente ai canoni della nuova architettura e anche della “nuova estetica del paesaggio” lanciata proprio in quegli anni da Fillia. Quest’ultimo, in un articolo intitolato Architettura italiana apparso nel terzo numero della «Terra dei Vivi», esordiva affermando che «tutta l’importanza dell’architettura moderna è nella “città” […]», «intesa come “vertice” dell’architettura e come tipica “bellezza” della nostra epoca»; un «grande organismo» nato nell’era delle comunicazioni aeree, terrestri e marittime affatto diverso rispetto ai vecchi paesi, semplici insediamenti umani privi di razionalità, inutili e caotici agglomerati di case.

Il nuovo piano regolatore della Spezia – ampiamente illustrato da Ugo Failla nel secondo e nel terzo numero della rivista – avrebbe appunto trasformato il vecchio borgo marinaro in una moderna città portuale e industriale. Il piano prevedeva innanzitutto dolorosi «sventramenti nel nucleo cittadino più antico» per far posto ad una «diagonale» di collegamento tra le due piazze più importanti della città, Piazza Cavour e Piazza Verdi, e successivamente la «zonizzazione» della città, ovvero la suddivisione in quartieri residenziali separati per case operaie, abitazioni borghesi e ville signorili. Si trattava di un piano di trasformazione globale della città, certamente dettato dalla necessità di quest’ultima di espandersi, specie nella zona orientale, ma destinato, per la sua radicalità, a sollevare critiche e obiezioni di varia natura (estetica, culturale, politica).

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Il Centro d’Arte Moderna e Contemporanea (CAMeC)

Ecco allora che Marinetti, Fillia e compagni si attivarono con ogni mezzo mediatico per sostenere e promuovere il progetto della Nuova Spezia e i due concorsi – il premio di pittura e la sfida di poesia – entrambi ispirati al golfo spezzino e lanciati attraverso le pagine de «La Terra dei Vivi», furono in tal senso un potente strumento di propaganda. Il premio di pittura Golfo della Spezia, che ancora oggi si svolge con cadenza biennale, ebbe un’ampia eco sui giornali locali e nazionali e ottenne una risposta straordinaria, in termini di interesse e partecipazione. «Aperta a tutti gli artisti senza distinzione di “ismi”» (come si legge nel bando), la manifestazione contribuì a lanciare l’aeropittura futurista e si concluse con la vittoria di Gerardo Dottori e con l’esposizione delle migliori opere in concorso nelle sale della «Casa d’Arte» cittadina, sponsor dell’evento. Risultati meno convincenti sul piano artistico e una conclusione a dir poco farsesca ebbe invece il concorso di poesia, lanciato da Marinetti, con tono di sfida, contestualmente al premio di pittura:

Dato che voi poeti d’Italia consumate il vostro ingegno nell’accanito sforzo di dare un contenuto moderno agli ormai esauriti e spremuti pessimismi leopardiani, baudelairiani, mallarmeani […] dato che indubbiamente adorate l’Italia e i suoi armoniosi splendori, vi invito a cantare il Golfo della Spezia che, finora trascurato dai poeti e pittori, è in realtà la più elegante fusione del paesaggio italiano plastico colorato col dinamico progresso meccanico navale aviatorio della nuova grande Italia. Prevedo le critiche dei passatisti che mi accuseranno di fare una poesia voluta e su commissione e invocheranno piangendo il diritto della poesia a vanvera che secondo me si riduce sempre ad una masturbazione di vecchi motivi e vecchie immagini.

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Franco Oliva, il nuovo Teatro Civico, 1933

La sfida fu vinta da Marinetti con l’Aeropoema del Golfo della Spezia accolto, tuttavia, come ricorda lo stesso autore, con un «finimondo di schiaffi e bastonate» nel corso delle due serate (4 e 5 ottobre del 1933) durante le quali si svolse la manifestazione. In quei due giorni il Teatro civico di La Spezia si trasformò in una sorta di arena dove il «pubblico, fittissimo e surriscaldato, aveva creato una bolgia infernale che provocò scazzottature e risse». Inutile dire che non ci furono edizioni successive del premio, ma quelle due serate al Civico di La Spezia – momento clou della presenza futurista nella città ligure ed anche evento conclusivo di quell’esperienza avanguardista – sono rimaste memorabili nelle cronache cittadine; altrettanto memorabili – ma per motivi diversi, ovvero per l’eccezionale impatto urbanistico – furono le opere degli architetti futuristi attivi a La Spezia nel ‘33: la Casa d’arte di Manlio Costa, il Palazzo delle Poste di Mazzoni, il Municipio e il nuovo Teatro civico di Franco Oliva lasciarono un’impronta inconfondibile nella città, segnandone l’attuale volto.

Estratto del saggio «La Terra dei Vivi» (1933). La Spezia città futurista, in AA. VV., La città e l’esperienza del moderno, a cura di Giuseppe Langella, Mario Barenghi, Gianni Turchetta (Atti del Convegno MOD – Università Cattolica del Sacro Cuore Milano, 15-18 giugno 2010), Pisa, Edizioni ETS, vol. II, p. 513-522.

http://www.edizioniets.com/scheda.asp?n=9788846733160

 

Alessandra Otteri Mostra tutti

ALESSANDRA OTTIERI, dottore di ricerca in Italianistica presso l’Università degli Studi di Napoli “Federico II” (1998) e assegnista presso lo stesso Ateneo nel biennio 2000/2002, è docente a contratto presso l’Università “L’Orientale” di Napoli (dal 2004).
Ha collaborato con la cattedra di Letteratura Italiana Contemporanea presso il DIPSUM dell’Università degli Studi di Salerno. Presso lo stesso ateneo ha svolto attività di tutorato, didattico-integrative, propedeutiche e di recupero (2010-2012) e ha conseguito un secondo dottorato di ricerca (2013).
Nel 2012 ha partecipato all'ASN (abilitazione scientifica nazionale) conseguendo l'idoneità al ruolo di professore associato di Letteratura italiana contemporanea. È docente di materie letterarie nella scuola superiore.
Tra le sue pubblicazioni: I numeri, le parole. Sul ‘Furor mathematicus’ di Leonardo Sinisgalli (Milano, Franco Angeli, 2002); L’esperienza dell’impuro. Filosofia, fisiologia, chimica, arte e altre “impurità” nella scrittura di Valéry, Ungaretti, Sinisgalli, Levi (Roma, Aracne, 2006); Fillia poeta e narratore futurista. Dal “futurcomunismo” al genere “brillante” (Napoli, Guida, 2013, nuova edizione accresciuta; I ed. Napoli, Dante & Descartes, 1999).
Dal 2004 è caporedattore della rivista di letteratura e arte «Sinestesie», per la quale ha curato alcuni numeri monografici, e dal 2010 è direttore, insieme a Carlo Santoli, del supplemento «Sinestesieonline».
Nel biennio 2007/2008 ha scritto elzeviri, cronache letterarie e d’arte per la terza pagina dell’«Osservatore romano».
Studiosa delle avanguardie e di poeti e scrittori del Novecento (Fillia, Sinisgalli, Ungaretti, Caproni, Valery, Primo Levi, Scialoja), ha pubblicato saggi e articoli su riviste letterarie e d’arte («Filologia & critica», «Filologia Antica e Moderna», «Critica letteraria», «Annali dell’Istituto Universitario Orientale», «Quaderni di scultura», «Wuz», «L’Isola», ecc.).

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