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IL “CASO GALILEI” E LA LIBERTÀ DI RICERCA. Spunti per un saggio breve

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Hobsbawm ha scritto che il progresso della scienza nel corso dei secoli è avvenuto “sullo sfondo di un bagliore di sospetto e paure”, un bagliore che in particolari momenti storici si è acceso in vere e proprie “vampate di odio e di rifiuto della ragione” (Il secolo breve, Rizzoli, Milano, 1995). Queste affermazioni sono più che mai vere se consideriamo le vicende biografiche dello scienziato pisano Galileo Galilei, fondatore della scienza moderna che, in pieno clima controriformistico, è stato vittima dell’oscurantismo religioso, subendo un lungo processo, conclusosi con l’abiura e l’isolamento.

La “colpa” di Galilei – agli occhi della Chiesa e degli scienziati tolemaici – era stata quella di aver messo in discussione il principio di autorità (l’ipse dixit aristotelico) e di aver abbracciato una teoria scientifica “rivoluzionaria” (l’eliocentrismo copernicano) in contrasto con i principi delle Sacre Scritture. Naturalmente lo scienziato non ebbe mai l’intenzione di entrare in contrasto con la Chiesa cattolica e di mettere in discussione l’autorità dei testi sacri; in più occasioni Galilei ribadì la fondamentale distinzione tra la teologia (che si basa sulla “verità rivelata” e ha la funzione di guidare moralmente e spiritualmente gli uomini) e la scienza che si occupa dello studio della natura: il “grandissimo libro dell’Universo” creato da Dio e scritto in caratteri matematici e figure geometriche.

Se Dio ha donato agli uomini l’intelletto è per consentire loro di comprendere i principi che governano la natura. Quindi, attraverso l’osservazione, il ragionamento e la sperimentazione (i fondamenti del “metodo” galileiano), l’uomo può pervenire alla conoscenza delle leggi (matematiche) che regolano l’Universo. Per Galilei non esiste una verità scientifica in contrasto con la verità delle Scritture, la verità è una sola, ciò che cambia è il linguaggio con cui è espressa: quello della Bibbia (allegorico) non può essere utilizzato nell’ambito della scienza che necessita di grande esattezza. È con argomentazioni di tal genere che Galilei tentò di evitare lo scontro diretto con la Chiesa di Roma, tuttavia la condanna da parte del Sant’Uffizio, nel 1633, fu inevitabile e l’abiura fu l’unica possibilità di salvarsi e di evitare il carcere a vita.

La vicenda di Galilei è diventata, dunque, l’emblema della difficile conciliazione tra scienza e fede e il simbolo delle difficoltà e dei pregiudizi che spesso gli scienziati, anche quelli attuali, devono affrontare per affermare la loro libertà di pensiero e di ricerca. Come disse Rita Levi Montalcini in un discorso a Montecitorio nel febbraio del 2001: “La libertà di ricerca è quello che distingue l’Homo Sapiens da tutte le altre specie” e dunque deve essere difesa sempre e a qualunque costo.

Naturalmente siamo d’accordo con le dichiarazioni della Montalcini e riteniamo indispensabile difendere l’autonomia della ricerca scientifica dalla religione e dalla politica; d’altro canto, la storia dimostra che è impossibile arrestare il progresso scientifico: gli uomini possono essere fermati (vedi il “caso Galilei”), ma le idee, quando sono valide, vanno avanti comunque.

Inoltre, va detto che ostacolare, bloccare un ricercatore alle prese con una scoperta importante o una teoria da confermare è un’impresa vana; gli scienziati sono sempre “innamorati” delle proprie ricerche e farebbero di tutto per difenderle e per vederne l’applicazione pratica, a prescindere da eventuali ripercussioni biologiche, etiche, politiche, ecc. È appunto quanto racconta Heisenberg a proposito di un incontro con Enrico Fermi: quest’ultimo considerava la sperimentazione della prima bomba all’idrogeno nel Pacifico un “bello esperimento”, sorvolando sulle conseguenze terrificanti che tale esperimento avrebbe comportato. “Lo scienziato” – scrive Heisenberg – “ha bisogno di sentirsi confermare da un giudice imparziale, dalla natura stessa, di aver compreso la sua struttura. E vorrebbe verificare direttamente l’effetto dei suoi sforzi”. (W. Heisenberg, La tradizione della scienza, Garzanti, Milano, 1982).

Proprio il riferimento alla bomba all’idrogeno e alla sperimentazione sulle armi termonucleari dovrebbe farci riflettere, però, su un altro aspetto (politico) della questione, che oggi appare più che mai attuale. Ci riferiamo alla necessità di vigilare sugli sviluppi della ricerca scientifica e tecnologica, sull’importanza di dettare delle condizioni e anche di imporre dei limiti affinché il progresso sia “sostenibile”; occorre aprire gli occhi sui rischi di una ricerca scientifica fuori controllo giacché in ballo non vi sono più questioni di ordine morale o religioso (come al tempo di Galilei) ma la nostra stessa sopravvivenza sul pianeta.

Alessandra Otteri Mostra tutti

ALESSANDRA OTTIERI, dottore di ricerca in Italianistica presso l’Università degli Studi di Napoli “Federico II” (1998) e assegnista presso lo stesso Ateneo nel biennio 2000/2002, è docente a contratto presso l’Università “L’Orientale” di Napoli (dal 2004).
Ha collaborato con la cattedra di Letteratura Italiana Contemporanea presso il DIPSUM dell’Università degli Studi di Salerno. Presso lo stesso ateneo ha svolto attività di tutorato, didattico-integrative, propedeutiche e di recupero (2010-2012) e ha conseguito un secondo dottorato di ricerca (2013).
Nel 2012 ha partecipato all'ASN (abilitazione scientifica nazionale) conseguendo l'idoneità al ruolo di professore associato di Letteratura italiana contemporanea. È docente di materie letterarie nella scuola superiore.
Tra le sue pubblicazioni: I numeri, le parole. Sul ‘Furor mathematicus’ di Leonardo Sinisgalli (Milano, Franco Angeli, 2002); L’esperienza dell’impuro. Filosofia, fisiologia, chimica, arte e altre “impurità” nella scrittura di Valéry, Ungaretti, Sinisgalli, Levi (Roma, Aracne, 2006); Fillia poeta e narratore futurista. Dal “futurcomunismo” al genere “brillante” (Napoli, Guida, 2013, nuova edizione accresciuta; I ed. Napoli, Dante & Descartes, 1999).
Dal 2004 è caporedattore della rivista di letteratura e arte «Sinestesie», per la quale ha curato alcuni numeri monografici, e dal 2010 è direttore, insieme a Carlo Santoli, del supplemento «Sinestesieonline».
Nel biennio 2007/2008 ha scritto elzeviri, cronache letterarie e d’arte per la terza pagina dell’«Osservatore romano».
Studiosa delle avanguardie e di poeti e scrittori del Novecento (Fillia, Sinisgalli, Ungaretti, Caproni, Valery, Primo Levi, Scialoja), ha pubblicato saggi e articoli su riviste letterarie e d’arte («Filologia & critica», «Filologia Antica e Moderna», «Critica letteraria», «Annali dell’Istituto Universitario Orientale», «Quaderni di scultura», «Wuz», «L’Isola», ecc.).

5 pensieri riguardo “IL “CASO GALILEI” E LA LIBERTÀ DI RICERCA. Spunti per un saggio breve Lascia un commento

  1. Da un punto di vista storico però, la mia tesi è che l’errore “politico” di Galilei sia stato proprio quello di voler convincere la chiesa della necessità di non abbracciare una visione “scientifica” errata e di voler suggerire l’interpretazione allegorica di una frase biblica (fermati o sole). Questo è stato il vero terreno di scontro. Copernico era considerato almeno formalmente il fautore di un’ipotesi matematica, che riguardava la scienza e non aveva pretese di “realtà”, e infatti non ebbe mai alcun problema, come non ce l’avevano i copernicani che lo utilizzavano perché permetteva calcoli molto più comodi. Galilei decide per la prima volta di spezzare la consuetudine di scrivere in latino e di comporre in italiano (in modo meraviglioso e rigoroso) il “Dialogo sopra i due massimi sistemi”, quindi aprendosi alla divulgazione. Il primo dei due processi a Galilei si era concluso con la chiusura di un occhio, davanti all’ipotesi matematica del Nuncius sidereus, il secondo processo è stato invece più duro, e Galilei ha scelto la strada di difendersi avanzando la proposta dell’interpretazione allegorica, un tema che spettava solo ai teologi, e per il quale non è stato perdonato. In gioco c’era l’autorità di una chiesa che aveva bruciato Giordano Bruno e che voleva affermare la sua autorità e supremazia sulla ricerca. Cartesio non diede alle stampe alcune sue opere per la paura dell’effetto Galilei, e ancora nel ‘700 la chiesa fece incarcerare per es. Diderot, e incuteva terrore in campo biologico presso chi sosteneva la generazione spontanea (contro il fatto che solo dio poteva dare la vita). L’argomento di Galilei per cui se la chiesa avesse abbracciato un’idea “falsa” avrebbe rischiato di compromettersi fu considerata un’invasione di campo intollerabile. Il paradosso era che il Dialogo era uscito con l’imprimatur della chiesa, che l’aveva autorizzato, non fu pubblicato in Olanda come tutti i libri scomodi o proibiti, e questa fu la parte più imbarazzante, per la chiesa, del secondo processo che costrinse lo scienziato all’abiura.Formalmente si appellarono al primo processo in cui Galileo avrebbe dovuto rinunciare alla pretesa di verità delle sue teorie per fare cadere su di lui una qualche colpa, E sull’imprimatur che avevano concesso cercarono di sorvolare. Almeno questa è la mia interpretazione (forse sono stato un po’ pedante).basata anche su quella di Ludovico Geymonat.
    La ricerca scientifica di oggi, invece, non è fuori controllo, la ricerca non deve avere mai nessun limite a mio avviso, il nuovo problema è l’uso che se ne fa, la ricerca è finanziata da multinazionali – dalle armi alle case farmaceutiche – che ne controllano e gestiscono in modo a volte dissennato gli sviluppi, le applicazioni e i brevetti (vedi per fare un es. gli organismi geneticamente modificati), che quelli sì (ma non la ricerca) possono compromettere la sopravvivenza del pianeta.

    I tuoi pezzi sono sempre molto stimolanti.

    Piace a 1 persona

    • Che dirti…se riuscissi a “stimolare” anche nei miei studenti (medi e universitari) osservazioni di tale spessore, sarei la docente più gratificata e appagata del mondo!! Scherzi a parte, le tue riflessioni sul processo galileiano ovviamente sono giustissime e spiegano bene cosa accadde allo scienziato e perché… I miei sono solo spunti, suggerimenti su come approcciarsi (in un saggio breve) ad un tema così spinoso come la liberta di ricerca. Naturalmente anche io respingo con forza l’idea di una scienza “sotto controllo”! Probabilmente sono stata poco chiara e frettolosa, ma intendevo solo accennare all’importanza di un progresso sostenibile e rispettoso dell’ambiente. Grazie mille per i tuoi commenti!

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  2. Ma no il tuo pezzo va benissimo, sei stata chiara e per nulla frettolosa, sono io che ho messo un po’ troppi puntini sulle i perché a dire il vero è una questione su cui ho lavorato molto, Ho una formazione da filosofo laureato in storia della scienza per cui hai citato questioni che mi stanno a cuore e che ho approfondito, ai tempi. Ora sono piuttosto arrugginito,e son più ferrato sulla lingua italiana, anche se quella non sono abilitato a insegnarla, mentre storia e filosofia, di cui ho solo ricordi lontani sì.

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